La mattina dopo la tempesta: aiutare le foreste prealpine italiane a ritrovare stabilità
Nell’ottobre 2020, la tempesta Alex ha attraversato con violenza le valli dell’Alto Verbano, nelle Prealpi italiane. Per le comunità locali è stata una notte di distruzione; per la foresta, un disturbo ad alta intensità che ha abbattuto popolamenti di faggio, castagno e abete. Quando il vento si è placato ha lasciato dietro di sé una domanda urgente: per aiutare la foresta a rigenerarsi sarebbe stato meglio rimuovere il legno caduto, oppure lasciare che la natura seguisse il proprio corso?
Un recente studio pubblicato su iForest coordinato dall’Università degli Studi di Milano offre uno sguardo ad alto tasso di tecnologia sulla resilienza forestale dopo eventi di schianto da vento. Combinando rilievi di campo, immagini da drone e dati satellitari, i ricercatori hanno delineato una strategia per le foreste “climate-smart” di domani.
Il dilemma del legno morto: aiuto o ostacolo?
Nel mondo della conservazione, il legno morto è spesso considerato una “miniera biologica” per funghi e insetti. Tuttavia, nel sito indagato da questa ricerca il rilascio di abbondanti quantità di legno morto ha avuto un effetto ambivalente. In questi siti prealpini, infatti, un’elevata densità di tronchi caduti sembra ostacolare la rinnovazione forestale. In sostanza, lo spazio fisico occupato dai tronchi sul suolo forestale funziona come un percorso a ostacoli, impedendo ai semi di raggiungere il suolo e limitando l’espansione laterale delle giovani plantule.
L’effetto varia a seconda della specie. Pioniere resilienti come la betulla riescono a trovare spazio anche tra i tronchi, mentre il faggio, specie tardo-successionale di sicuro affidamento per stabilità ecologica e accumulo di carbonio a lungo termine, risulta molto più sensibile all’ostacolo fisico creato dalla necromassa grossolana.
La posta in gioco è ancora più alta perché le specie native non sono le uniche a cercare spazio nelle aperture della copertura forestale. Lo studio ha evidenziato situazioni in cui l’ailanto (Ailanthus altissima), specie esotica tra le più invasive, si è insediato rapidamente dopo la tempesta, competendo con le specie native. In questi casi, i ricercatori sostengono che lasciare la foresta senza alcun intervento di ripristino potrebbe portare a un ecosistema molto diverso e molto meno biodiverso rispetto a quello precedente.
Lezioni per il futuro
Oltre al tema della rimozione del materiale schiantato, il gruppo di ricerca ha utilizzato tecniche di machine learning per creare una “mappa di vulnerabilità”: quali popolamenti saranno più a rischio di essere colpiti da future tempeste di vento? I risultati sono chiari: foreste più alte e con struttura uniforme, in cui gli alberi hanno età e altezze simili, sono significativamente più suscettibili allo schianto. Al contrario, le foreste con maggiore complessità strutturale, cioè con una combinazione di altezze, età e specie diverse, agiscono come una barriera naturale al vento, assorbendo l’energia della tempesta invece di spezzarsi sotto la sua pressione.

Posizione degli oggetti abbattuti dal vento dopo la classificazione casuale della foresta e il filtraggio post-classificazione.
Lo studio offre una guida articolata per chi gestisce le foreste:
- Gestire il legno morto. Non dovremmo rimuovere tutti i tronchi caduti, ma nemmeno lasciarli ovunque. Sgomberare parzialmente le “zone ostruttive” di legno può dare a specie sensibili come il faggio una maggiore possibilità di rigenerarsi.
- Controllare le specie invasive. La gestione attiva, e specialmente la messa a dimora di specie native, è essenziale per evitare che un disturbo naturale si trasformi in una perdita permanente di habitat.
- Costruire foreste diverse. Il modo migliore per affrontare la prossima tempesta è destrutturare i popolamenti uniformi. Promuovendo foreste con età e specie diverse si crea un paesaggio capace di piegarsi senza spezzarsi.
In un mondo che si riscalda, dove tempeste “senza precedenti” stanno diventando sempre più frequenti, questa ricerca ricorda che la resilienza forestale non dipende solo da quanti alberi piantiamo, ma dalla comprensione delle relazioni complesse tra il legno morto del passato e le plantule del futuro.

Previsione della probabilità di schianto da vento tramite il modello Random Forest Model.
Lo studio completo è disponibile su iForest: Assessing forest resilience after windthrow: linking deadwood, regeneration, and landscape-scale susceptibility
Info Autori
Thu Uyen Bui
Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali - Produzione, Territorio, Agroenergia (DISAA)
Università degli Studi di Milano





























