Aree verdi come capitale sociale

Parchi e spazi verdi urbani come risorsa essenziale per il benessere collettivo, ma resta aperta la questione di quali tipologie e progettazioni siano più efficaci. Ecco alcuni studi significativi sul tema.

Un parco, un giardino o un piccolo spazio verde urbano sono luoghi dove le persone possono rilassarsi, incontrarsi, conoscersi, parlare, giocare, fare esercizio fisico e sono numerosi gli studi sugli effetti benefici della frequentazione di aree verdi urbane sulla salute, soprattutto in relazione al senso di benessere, la riduzione dello stato depressivo, il miglioramento delle relazioni sociali e di sentimenti di amicizia e amore. È altrettanto dimostrato che la frequentazione di aree verdi favorisca senso civico, di comunità e consapevolezza ambientale, soprattutto quando scuole e centri educativi possono praticare educazione civica e ambientale. Le aree verdi sono importanti anche per le comunità straniere che lì si incontrano, condividono ed esprimono le proprie identità culturali, diventando “visibili” agli altri. Le aree verdi urbane e periurbane, quindi, costituiscono una risorsa fondamentale alla società civile per sostenere una società garantista di un certo livello di benessere psico-fisico per tutti. Ma quali sono le aree verdi con il maggior effetto sul benessere sociale, e come andrebbero progettate? 

Caratteristiche delle aree verdi per costituire capitale sociale 

Tra le tipologie di aree verdi più studiate in ambito sociale, ci sono gli orti urbani grazie alle loro molteplici funzioni: la produzione di cibo per sé o per gli altri, aumenta la soddisfazione personale per i prodotti ottenuti, e la possibilità di instaurare relazioni sociali contribuisce a acquisire benefici fisici ed emozionali negli adulti e nei bambini,  contribuendo a sostenere senso di comunità e sostenibilità urbana attraverso l’incontro e lo scambio. Gli orti urbani incentivano l’attivismo, l’eguaglianza di genere e la coesione sociale oltre che l’inclusione e la custodia del patrimonio culturale, contribuendo quindi a migliorare la qualità della vita, e riducendo problemi sociali come esclusione e mancanza di supporto. Altre tipologie di aree verdi sono meno studiate dal punto di vista sociale ma non sono meno importanti degli orti urbani. Al di là del tipo di area verde, età, genere, etnia, percezione del rischio sono importanti tanto quanto la qualità e l’accessibilità dell’area verde per definire la frequentazione di un’area verde, soprattutto per i gruppi non- e poco rappresentati (anziani, disabili, bambini, minoranze comunitarie, rifugiati etc.). Uno studio svolto in Cina ma valido anche in altri paesi, ha chiaramente indicato che le interazioni tra anziani, al di là della cultura e della società in cui vivono, sono influenzate dalla progettazione e dalla manutenzione dell’area verde, in funzione dell’accessibilità, la presenza di servizi e la loro funzionalità, il senso di sicurezza e le caratteristiche naturali come biodiversità ed estetica dell’area. Il coinvolgimento sociale tra i più piccoli dipende dalla presenza di aree gioco, o di aree naturali che possano favorire sia l’interazione sia attività ludiche più immaginifiche e creative. Un aspetto curioso riguarda la delimitazione degli spazi verdi con accessi limitati da cancelli o tornelli, che secondo un altro autore, Peiru Chen dell’Università di Bologna, da un lato genera un senso di privacy e confort e favorisce il coinvolgimento sociale, dall’altro lato può essere considerata una privazione e una contraddizione rispetto le politiche di democrazia partecipata.

Berlino, area verde, Sasa200 via Pixabay

Uno studio sui gruppi marginali come i rifugiati e i richiedenti asilo in due megalopoli Europee come Berlino e Londra, ha dimostrato come gli spazi verdi possono contribuire a migliorare inclusione, benessere, rispetto e senso di appartenenza, anche se è altrettanto importante favorire l’inclusività anche fornendo informazioni comprensibili. L’organizzazione di attività collaborative a favore dell’area verde si rivelano importanti momenti di socializzazione con riscontri positivi per la salute mentale, la connettività tra persone, l’apprendimento collaborativo e l’empowerment, oltre che permettere una sana connessione con la natura

La raccomandazione è quindi progettare in modo consono a creare un sistema spaziale che risponda alle diverse necessità e percezioni e che permetta l’inclusività, per esempio progettando la distribuzione spaziale delle piante volta a favorire visuali aperte e a creare un ambiente a bassa percezione del rischio, fornendo l’area di servizi funzionali, disponendo regole di gestione (o auto gestione) e organizzando attività sociali, per aumentare la funzione di capitale sociale. Molti studi evidenziano come socialità e salute fisica e mentale sono stimolate soprattutto quando sono gli stessi cittadini a partecipare alla creazione e gestione di aree verdi, per rispondere maggiormente alle proprie esigenze e percezioni.

Partecipazione che non funziona

Un recente studio nelle città di Lione e Lille (Francia) ha evidenziato che i progetti partecipativi non sono sempre in grado di mobilitare i gruppi svantaggiati se non includono attività mirate a tale tipologia di utenti, e di conseguenza ad essi partecipano prevalentemente persone con livelli di istruzione più alti. In particolar modo quelli top-down rischiano di essere poco rappresentativi dei gruppi più svantaggiati, risultando spesso più consultivi che realmente co-progettuali. Inoltre, i gruppi svantaggiati spesso non sono nemmeno in grado di farsi iniziatori di progetti di cura del verde nel proprio quartiere per il fatto che l’istituzionalizzazione dei programmi e le procedure sono troppo complicate. Questo fenomeno si oppone alla “giustizia procedurale” e fa sì che si riproducano disparità sociali anche in contesti in cui si vorrebbe più inclusione. 

Un altro aspetto da considerare è che in ambiente urbano l’edilizia è considerata generalmente prioritaria e la presenza di aree verdi può aumentare il valore sul mercato delle case, provocando problemi di gentrificazione, ossia spostamento di persone verso aree economicamente più vantaggiose. Per esempio, a Londra negli ultimi vent’anni si è registrato un aumento di residenti non svantaggiati con istruzione universitaria e una diminuzione degli alloggi in affitto sociale in due quartieri presso due aree umide, e anche in un sondaggio volto a professionisti del verde urbano a Vancouver e Montreal in Canada si è evidenziato come la creazione e il miglioramento di spazi verdi attragga i ricchi e aumenti il valore degli immobili, causando la gentrificazione verde. 

Caso studio

Lo studio “Piani di inverdimento come (ri)presentazione della città: verso un approccio inclusivo e sensibile al genere per gli spazi verdi urbani” coordinato da Amalia Calderón-Argelich dell’Università Autonoma di Barcellona, analizza quanto le politiche urbane sulle infrastrutture verdi considerino l’equità sociale e di genere. Esaminando i piani del verde di città come Montréal, Londra, Berlino, Parigi, New York e Barcellona gli autori hanno constatato che, pur riconoscendo il ruolo fondamentale degli spazi verdi per il benessere umano e la vivibilità urbana, tali strumenti applicano un approccio tecnocratico che non considera percezioni e prospettive di genere o sociali. Berlino e New York enfatizzano la funzione degli spazi verdi come infrastruttura pubblica, luoghi di incontro e asset economici urbani ma molti aspetti che riguardano l’equità sono ancora trattati in modo vago e approssimativo. 

La “giustizia distributiva” che riguarda la distribuzione e l’accesso alle aree verdi, è centrale in tutti i piani ma viene sostenuta concretamente solo a New York, Parigi e Berlino: New York considera il verde come infrastruttura pubblica da garantire universalmente, Parigi ne sottolinea l’importanza per i quartieri a basso reddito, e tutte e tre le città stabiliscono obiettivi misurabili di prossimità agli spazi verdi (entro 500 metri o 7–10 minuti a piedi).

La “giustizia procedurale”, legata alla partecipazione dei cittadini, è presente soprattutto nei piani del verde di Parigi e Barcellona, che puntano sui processi partecipativi, l’empowerment e le iniziative dal basso, mentre Berlino richiama la cooperazione civica ma con meccanismi di rappresentanza equa dei partecipanti poco chiari.

La “giustizia del riconoscimento”, cioè l’attenzione alle diverse esigenze culturali e sociali di comunità storicamente marginalizzate è raramente esplicitata. Solo New York e Berlino riconoscono in modo più chiaro la necessità di considerare valori e bisogni differenziati per gruppi sociali o culturali.

Infine, la “giustizia sociale”, attraverso per esempio l’equità di genere è quasi assente nei piani, o delineata in modo poco strutturato, con l’eccezione di Barcellona, che dichiara l’intenzione di integrare una prospettiva di genere nella pianificazione del verde, seppur senza definire gli strumenti operativi. 

La città di Barcellona da anni implementa una serie di misure come la prospettiva di genere nella pianificazione urbana allo scopo di progettare e gestire gli spazi pubblici come piazze e parchi in modo che possano contribuire a comfort, sicurezza e autonomia e dove le persone possano svolgere le proprie attività quotidiane, socializzare e prendersi cura di sé e degli altri. Un esempio sono le “Superillas” ossia la creazione di una rete di aree verdi e piazze in alcuni quartieri di Barcellona cui i pedoni hanno la priorità e in cui i cittadini sono i protagonisti per rafforzare la rete sociale legata alla vita quotidiana.

Barcellona dall’alto, Superillas, Parto7 via Pixabay

Sulla base delle esperienze e delle opinioni di cittadini e stakeholders intervistati localmente, gli autori formulano raccomandazioni per una pianificazione del verde più inclusiva:

  • Attuare una manutenzione e pianificazione dell’infrastruttura verde includendo forme di gestione condivise con i cittadini purché accompagnate da risorse adeguate e attenzione alle capacità differenziate.
  • Allineare gli obiettivi della pianificazione del verde e gli strumenti attuativi con quelli di equità sociale e inclusione, dotandosi di indicatori chiari,
  • Dotarsi di dati disaggregati per sesso riguardo la percezione e le esigenze degli utenti ma anche della demografia su base territoriale, per riconoscere potenziali conflitti come il rischio di gentrificazione verde). 
  • Lavorare in modo interdisciplinare tra dipartimenti amministrativi, coinvolgendo quelli relativi alla partecipazione e alle pari opportunità, e favorendo scambi tra città;
  • Garantire formazione continua ai funzionari pubblici su temi relativi a genere, inclusione e prevenzione delle discriminazioni.
  • Evitare soluzioni standardizzate basate solo su metri quadrati di verde pro capite, promuovendo invece analisi dei bisogni a scala locale, capaci di riconoscere diversità culturali, storie di marginalizzazione e conflitti d’uso dello spazio pubblico.

L’orto comunitario all’interno del Jardin Villemin, a Parigi, nei pressi del Canal Saint-Martin è gestito dai residenti del quartiere, con una segnaletica in lingua inglese rivolta ai visitatori. Il sito è uno dei primi esempi di orto condiviso sviluppati nella città nell’ambito delle politiche municipali di promozione del verde di prossimità e dell’attivazione civica.

Vista del giardino a Square des Saint‑Simoniens, Parigi, che lontano dal trambusto permette a tutte le generazioni di passare del tempo libero con giochi per bambini, attività sportive, panchine e un piccolo prato e che si colora di rosa durante la fioritura degli alberi da frutto ornamentali.

Per concludere, se da un lato al verde urbano viene riconosciuta l’importanza multifunzionale, dall’altro lato per diventare un’infrastruttura “giusta” dovrebbe essere pianificato e gestito in modo tale da rispondere appieno alle esigenze degli utenti reali e potenziali, quindi partire dalla conoscenza della percezione e l’esigenza di chi frequenta specifici spazi verdi in termini di sicurezza, accessibilità, qualità della componente naturale, presenza di infrastrutture e servizi di utenti, attività culturali e di coinvolgimento della comunità, permette di cercare soluzioni e misure coerenti che contribuiscono a  migliorare la coesione sociale. Inoltre, lo stesso coinvolgimento dei cittadini purché sia veramente inclusivo, e una governance multi-attoriale, garantiscono la capacità di tenuta delle aree verdi, sia per la maggiore capacità di attrarre finanziamenti, sia di resistere a eventuali pressioni edilizie come dimostrato da uno studio su 14 progetti nati dal basso in Olanda.


Info Autori

Francesca Ugolini
Istituto per la BioEconomia, Consiglio Nazionale delle Ricerche |  Altri Posts

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