15 studi forestali del 2025, scelti e raccontati da SISEF – Parte 4

Questo post fa parte della Rubrica “15 studi forestali del 2025, scelti e raccontati da SISEF – Parte 3”, se ti sei perso i primi episodi puoi recuperarli qui:

Quando parliamo di disturbi forestali, spesso li immaginiamo come eventi separati: una tempesta qui, un incendio là, una pullulazione di insetti in una valle. Due studi del 2025 suggeriscono invece una lettura più sistemica. I disturbi non solo aumentano, ma tendono a concentrarsi in annate di maggiore pulsazione, con picchi che diventano tanto più probabili quanto più cresce la superficie media colpita. E quei picchi, a loro volta, hanno un costo economico che si può stimare in modo credibile, fino a tradurlo in euro per ettaro e in perdita di valore per il settore forestale.

Dall’altra parte, mentre guardiamo alle chiome che cadono e ai metri cubi che si perdono, un lavoro del tutto innovativo su Nature ci racconta che dentro il legno c’è un intero mondo biologico, vastissimo e ancora quasi invisibile, che potrebbe essere determinante per salute, decomposizione e cicli biogeochimici.

1) Taylor’s law predicts unprecedented pulses of forest disturbance under global change (Senf et al., Nature Communications)

Nel primo studio, gli esperti di disturbi forestali Cornelius Senf e Rupert Seidl dell’Università Tecnica di Monaco propongono una chiave matematica per anticipare i grandi picchi di disturbo: applicare la legge di Taylor, un’idea nata in ecologia delle popolazioni, secondo cui quando aumenta l’intensità media di un fenomeno tende ad aumentare in modo prevedibile anche la sua variabilità. Il modello è stato testano sulle aree colpite da disturbi forestali in Europa utilizzando mappe annuali di disturbi ad alta risoluzione (30 m) ricostruite da immagini satellitari Landsat dal 1986 al 2020, su più di 160 milioni di ettari di foreste. Oltre al perimetro interessato da ciascun disturbo, lo studio ha stimato l’area media annua disturbata e la sua varianza nel tempo, a diverse scale spaziali (da 100 a 25.600 km²), distinguendo tra gli agenti principali di disturbo (vento, bostrico, fuoco) e, cosa importante, includendo i disturbi antropici legati alle utilizzazioni.

Il risultato è che media e variabilità sono legate da una relazione di potenza statisticamente
robusta. Per i disturbi naturali l’esponente è circa 2,2 ed è sorprendentemente stabile: 2,19 per
vento e bostrico e 2,23 per gli incendi, con intervalli di confidenza stretti, e con R² che
arrivano fino a 0,95 in alcune combinazioni di scala e agente. Per i disturbi umani l’esponente
è più basso (circa 1,73), e varia anche tra biomi, con valori più bassi nelle foreste boreali.
Tradotto: quando crescono i disturbi naturali, la probabilità di annate “fuori scala” aumenta
più rapidamente che nel caso dei tagli programmati.

La parte più utile è la simulazione che traduce questo modello in scenari realistici. Se la media storica di disturbo fosse lo 0,5% di superficie forestale l’anno, superare il 2,5% in un anno sarebbe quasi impossibile (probabilità <0,001%). Se la media raddoppia all’1% annuo, superare il 2,5% diventa un evento da circa 1,2% di probabilità annua, cioè una volta ogni 82 anni. Se la media sale al 2% annuo, il 2,5% verrebbe superato ogni quattro anni (probabilità del 24%). E un picco davvero estremo, oltre il 5% in un anno, che sotto medie di disturbo inferiori all’1% sarebbe praticamente assente, con media al 2% diventa un evento da 1,6% annuo, cioè con tempo di ritorno di 62 anni.

L’idea che i grandi disturbi siano imprevedibili per definizione viene quindi rovesciata: se si misura bene la media dell’area annua disturbata, sarà possibile stimare quanto è estesa la coda della distribuzione, cioè quanto diventeranno probabili i picchi (sebbene senza sapere quando si verificheranno).

2) Rising cost of disturbances for forestry in Europe under climate change (Mohr et al., Nature Climate Change)

Il secondo studio traduce il quadro dei disturbi forestaki in Europa in economia reale: quanto costa alla selvicoltura europea un regime di disturbi che aumenta? L’impianto metodologico è ponderoso ma trasparente: simulazioni di crescita forestale spazializzate (celle 16×16 km) a livello di specie, più di 150 000 simulazioni Monte Carlo dei disturbi informate da dati di telerilevamento, 1 536 scenari che combinano diverse ipotesi climatiche e parametri, e un modello economico che converte i flussi di legname “previsti” (gestione business-as-usual) e “non previsti” (salvage logging da disturbo) in valore economico scontato all’attualità.

I numeri chiave sono immediati. In condizioni storiche (1981–2005) il costo economico dei disturbi naturali, espresso come perdita di valore forestale rispetto a un controfattuale “senza disturbi” sotto lo stesso clima, è circa 115 miliardi di euro, con un costo medio di 1 265 euro per ettaro. circa 1 729 milioni di euro l’anno. Significa che i disturbi riducono il valore complessivo delle foreste europee di circa il 29% rispetto a uno sviluppo indisturbato.

Con il cambiamento climatico, le perdite più che raddoppiano. Nello scenario climatico più severo (RCP8.5), i costi arrivano a 247 miliardi di euro, pari a 3 711 milioni di euro l’anno (cioè fino al 15% del valore aggiunto lordo attuale del settore forestale europeo) e circa 2 715 euro per ettaro. La riduzione del valore potenziale rispetto al controfattuale senza disturbo arriva fino al 42%. Un dettaglio che racconta bene questa dinamica è la quota di legno prelevato da tagli non programmati: il volume disturbato passa da circa 74,5 milioni di m³/anno nello storico a 129,6 milioni in RCP8.5, e la quota di prelievi non pianificati sale dal 29% al 39%. Significa una filiera sempre più costretta a inseguire l’emergenza: tagliare perché il legno è già a terra o perché la mortalità è in corso, non perché quella era la scelta colturale ottimale.

La geografia del rischio è altrettanto chiara: l’hotspot è l’Europa centrale. In quella regione, in uno scenario RCP4.5 i disturbi abbassano il valore forestale di circa 3 233 euro per ettaro, e nei casi estremi (definiti come media del 5% delle simulazioni più estreme) fino a 17 067 euro per ettaro; sotto RCP8.5 gli estremi arrivano a 19 885 euro per ettaro. È da notare che la stima economica riguarda sostanzialmente il valore del legno: viene calcolato un valore attuale netto (NPV) basata su ricavi e costi della gestione e su come i disturbi riducono quantità e qualità del legname e aumentano i costi (salvage, rinnovazione). Non sono monetizzati altri servizi ecosistemici (carbonio, biodiversità, protezione idrogeologica, ricreazione): il valore è dichiaratamente timber-based.

La discussione aggiunge due elementi importanti per chi deve decidere. Il primo è che la produttività forestale potrebbe aumentare in alcune regioni come risultato dell’aumento delle temperature, e compensare le perdite, ma non ovunque. Nel Sud Europa, dove l’acqua è già il vincolo principale, la produttività ristagna o cala mentre i disturbi aumentano, con un saldo doppiamente negativo. Il secondo è che anche piccole misure di adattamento possono avere un effetto misurabile: simulare un accorciamento dei turni di 10 anni riduce i costi dei disturbi fino a 10 miliardi di euro sotto RCP8.5.

3) A diverse and distinct microbiome inside living trees (Arnold et al., Nature)

Il terzo studio, guidato da Wyatt Arnold dell’Università di Yale, sembra lontano dall’argomento dei precedenti, ma in realtà parla della stessa cosa: di ciò che rende una foresta stabile o vulnerabile. Solo che lo fa a una scala microscopica. Il punto di partenza è quasi un paradosso: sappiamo molto dei microbi nel suolo e nelle foglie, ma pochissimo del microbioma del principale serbatoio di biomassa terrestre, cioè il legno degli alberi vivi.

Gli autori hanno campionato più di 150 alberi vivi appartenenti a 16 specie nel Nord-Est degli Stati Uniti, con metodi di prelievo sviluppati appositamente per evitare contaminazioni esterne e rendere comparabili tra loro i campioni. Grazie a questi campionamenti stimano che ci sia in media una cellula microbica procariotica ogni 20 cellule vegetali nel legno, e che un singolo albero ospiti nell’insieme dei suoi tessuti legnosi tra cento e mille miliardi di cellule microbiche. Estendendo il calcolo alla massa vegetale mondiale, arrivano a un carico globale nel legno vivo dell’ordine di 10 24 cellule – uno dei più grandi habitat microbici del pianeta, finora completamente sconosciuto.

Questo microbioma non è un “riflesso” di quello del suolo o della corteccia. Le comunità microbiche del legno sono risultate essere nettamente distinte da quelle del suolo e da altri tessuti, e sono anche spazialmente strutturate dentro il tronco. Durame e alburno hanno microbiomi differenti, e il durame emerge come una nicchia particolare, in parte anaerobica, con taxa associati a processi biogeochimici che normalmente colleghiamo a suoli saturi o sedimenti. Nel legno compaiono gruppi come Clostridium, Bacillus, Negativicutes e persino Methanobacteria con abbondanze molto più alte che nel suolo circostante.

A livello più fine, un genere-chiave ricorre con abbondanze elevate: il complesso Burkholderia–Caballeronia–Paraburkholderia, un gruppo noto per associazioni con piante e potenziale ruoliodi promozione della loro crescita, arriva in media al 13% nei campioni di durame e al 21% nell’alburno. Inoltre, la specie arborea spiega una quota consistente della variabilità nella composizione della comunità: intorno al 31-33% per i procariori e 44-49% per i funghi. E c’è persino un segnale evolutivo: distanze filogenetiche tra specie arboree e distanze tra microbiomi sono correlate, suggerendo co evoluzione o selezione legata a chimica del legno, pH, zuccheri mobili, composti antimicrobici.

La discussione apre una prospettiva finora ignota: se i microbi interni al legno contribuiscono a processi come produzione legnosa, trasformazioni dell’azoto, o perfino predisposizione alla colonizzazione del legno da parte di organismi lignivori, allora cambiamenti di composizione, struttura forestale, stress e disturbi potrebbero avere effetti indiretti su questi processi attraverso le modifiche indotte all’ecosistema dentro l’albero. Un nuovo pezzo di realtà da integrare quando parliamo di salute forestale, resilienza e cicli del carbonio.

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Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali - Produzione, Territorio, Agroenergia (DISAA)
Università degli Studi di Milano

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