L’uso della Douglasia in Italia: dalle origini alle domande ancora aperte

Per la rubrica SISEF “Pillole di Scienze Forestali” pubblichiamo il contributo di Maurizio Marchi¹, Giovanni Galipò² e Paolo Iovieno¹, che offre una panoramica sull’uso e diffusione della Douglasia in Italia, dalle prime sperimentazioni agli interrogativi ancora irrisolti sulla componente genetica di questa specie.

  • ¹ Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Bioscienze e BioRisorse, Area di Ricerca di Firenze, Via Madonna del Piano, 10, 50019 – Sesto Fiorentino (FI)
  • ² Reparto Carabinieri Biodiversità di Vallombrosa, Via S. Benedetto, 1, 50066 Vallombrosa (FI)

La Douglasia (Pseudotsuga menziesii [Mirb.] Franco) è la specie esotica la cui sperimentazione in Europa e in Italia ha ottenuto il maggior successo.

Introdotta in parchi e giardini privati fin dalla metà del 1800, ha iniziato ed essere utilizzata in selvicoltura produttiva circa un secolo dopo. I semi venivano acquistati dal Ministero, che poi li distribuiva alle sedi territoriali dell’Amministrazione Forestale per la produzione in vivaio dei semenzali (generalmente 2+2, raramente 2+1). Secondo i dati storici di archivio, i materiali di base provenivano principalmente dalla costa Pacifica del Nord America, talvolta attraverso un passaggio intermedio nei vivai Austriaci o Francesi, che commercializzavano i semi poi acquistati. Tuttavia, provenienza e genotipo non erano mai ben specificati. Le piantagioni sperimentali, in Italia ed in Europa, erano mediamente di piccola estensione, raramente superiori all’ettaro. Talvolta la Douglasia veniva utilizzata su ex castagneti da frutto, oppure in
zone montane dopo tagli a raso di abetine o faggete.

Sebbene la sperimentazione di Douglasia in Italia sia attribuita al Prof. Aldo Pavari, che tra il 1922 ed il 1938 istituì 98 parcelle sperimentali in tutta Italia, egli stesso nei suoi lavori del 1921, 1923 e 1924 riporta come primo impianto sperimentale un piccolo imboschimento realizzato nel 1888 nella Foresta di
Vallombrosa, all’interno dell’Abetina di San Giovanni Gualberto. Tale piantagione, eseguita per mano di Vittorio Perona e in parte ancor oggi esistente, è stata il primo caso di una serie di piantagioni a scopo scientifico, successivamente nominate “parcelle sperimentali Vallombrosane”, che Aldo Pavari prenderà in custodia una volta arrivato a Vallombrosa nel 1914.

La sperimentazione della Douglasia in Italia fu così concepita, strutturata e portata avanti attraverso sperimentazioni in campo e monitoraggio inventariale. Alla sperimentazione di Pavari si aggiunse poi tra gli anni 1960 e 1970 la sperimentazione IUFRO: semi di provenienza nota (Canadese e Americana) furono distribuiti a diversi Paesi europei, per essere testati in campi sperimentali e in condizioni controllate. La sperimentazione consentì di individuare nelle provenienze costiere di Douglasia (la cosiddetta Douglasia verde) i materiali generalmente migliori per il clima europeo, Italia compresa.

Oggi i dati relativi a distribuzione e accrescimento della specie in Italia sono per lo più confinati in vecchi faldoni cartacei di difficile utilizzo, oppure limitati a dati inventariali attraverso i quali è arduo fare inferenza statistica. Anche i dati relativi ai campi sperimentali sono frammentari e di difficile accesso, aggiornati solo sporadicamente in occasione di saltuari finanziamenti progettuali. La stessa localizzazione delle 98 parcelle sperimentali di Pavari è in gran parte ignota, salvo rari casi locali.

Douglasieta campionata nell’ambito del progetto PRIN2022-CONFIR

In questo contesto e nell’ambito dei progetti PRIN2022-CONIFIR (Genetic origin and structural setting of douglas-fir planted forests in italy for their management,conservation and valorization) e PNRR-ITINERIS (Italian integrated Environmental Research Infrastructures System) i ricercatori del CNR hanno cercato di ricostruire la distribuzione geografica della Douglasia in Italia, unendo rilievi in campo e dati di archivio.

Il lavoro, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Ecology and Evolution e sono liberamente fruibili in modalità Gold open-access grazie al supporto del CNR, che ha permesso di rintracciare molte delle 98 parcelle sperimentali, identificate a partire dagli scritti di Aldo Pavari del 1941 e 1981. A queste sono state aggiunte le informazioni derivanti dall’inventario forestale nazionale più recente (INFC2015) e dati di pubblicazioni scientifiche. I risultati di questa attività sono stati poi utilizzati per costruire un modello esplicativo della nicchia ecologica della specie (Species Distribution Modelling) al fine di studiare i fattori più importanti per la crescita della Douglasia in Italia.

Secondo il modello, il parametro climatico determinante è la somma termica dei giorni con temperatura superiore a 5 °C (GDD5), mentre gli indici di aridità si sono rivelati meno influenti. Tale risultato, in linea con l’ipotesi che vede la Douglasia suscettibile alle temperature ma capace di tollerare bene l’aridità, ha confermato la buona idoneità di questa specie al clima Appenninico italiano, soprattutto per quanto riguarda la varietà costiera. Tuttavia, se da un lato la modellistica ecologica ha approfondito le conoscenze relativamente al clima in cui la Douglasia può vegetare bene anche nell’ambiente di introduzione, la componente genetica di questa specie rimane tutt’ora un’incognita.

Proiezione spaziale del modello ensemble biomod2 adattato alle piantagioni italiane di abete di Douglas su: (a) l’areale originario nel Pacifico nord-occidentale degli Stati Uniti, secondo la normale climatica 1901-1930; e (b) in Italia, secondo la normale climatica attuale (1991-2020). La massima sovrapposizione di idoneità dell’habitat (colori verdi) con la distribuzione spaziale in Italia è stata rilevata negli ambienti coperti dalla varietà costiera della specie. Le linee tratteggiate proiettano la fascia latitudinale coperta dall’Italia nell’areale originario della specie.

Poco sappiamo della provenienza del seme impiegato nel corso da Perona, Pavari e dai privati che ad oggi stanno facendo selvicoltura nelle douglasiete, soprattutto in quelle post-sperimentazione e realizzate a partire dal secondo dopoguerra. Nei suoi scritti, Aldo Pavari menzionava saltuariamente e soltanto in modo generico la provenienza del seme, riportando semplicemente lo stato Americano o Canadese da cui arrivavano i semi (es. “Stato di Washington, Regione V/B”, “British Columbia,
Regione V/A” oppure semplicemente “Seattle”).

Le attività dei progetti PRIN2022-CONFIR e PNRR-ITINERIS cercheranno di dare una risposta anche a questa domanda: dei 124 siti che popolano il database compilato, 37 sono in corso di genotipizzazione (compresi alcuni inseriti nel Registro Nazionale dei Materiali Forestali di Base del MASAF), al fine di individuare, con tecniche di genetica molecolare, le più probabili fonti di semi da cui provenivano i materiali di base utilizzati in Italia e al contempo di descrivere l’attuale struttura genetica delle
piantagioni di Douglasia
.

La caratterizzazione genetica potrebbe aprire frontiere interessanti sull’eventuale impiego di altre provenienze di Douglasia (es. dalle zone montane dell’areale originario) per realizzare di piantagioni per la produzione di legno anche in un contesto alpino e continentale, questione ad oggi poco investigata
nel mondo della ricerca.

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