Foreste marginali di bassa quota: sensitività climatica e potenzialità ecologica dell’abete bianco
Per la rubrica SISEF “Pillole di Scienze Forestali” pubblichiamo il contributo di Gianluigi Mazza¹, Maria Chiara Manetti¹, Marco Conedera² e Willy Tinner³, che offre un approfondimento sulla sensitività climatica e potenzialità ecologica dell’abete bianco nelle foreste marginali di bassa quota.
- ¹ CREA Centro di Ricerca Foreste e Legno, Arezzo, Italia
- ² Swiss Federal Institute for Forest Snow and Landscape Research WSL
- ³ University of Bern, Institute of Plant Sciences and Oeschger Centre for Climate Change Research, Switzerland
L’abete bianco in Italia cresce raramente sotto gli 800 m, in competizione con altre specie arboree della fascia sub- e meso-mediterranea (castagno, cerro, roverella; leccio, lauro) con temperature medie estive tra 23 e 25 °C. Approfondire le esigenze ecologiche di una specie al limite caldo del suo areale aiuta a capire le sue potenzialità di adattamento ai cambiamenti climatici.
Un recente studio pubblicato su Forest Ecology and Management ha confrontato boschi marginali di abete bianco sub- e meso-mediterranei (da circa 30 a 800 m), con un nucleo appenninico a 1450 m, dove la specie cresce nelle condizioni climatiche ottimali. La crescita di questi abeti risente delle alte temperature e della siccità estivo-autunnale. Tuttavia, in condizioni di disponibilità idrica del suolo e sufficiente umidità atmosferica, la specie può beneficiare delle alte temperature e prolungare la stagione di crescita tardiva, utilizzando anche le precipitazioni di fine estate, autunno e inizio inverno.
Questi abeti soffrono quindi più la “sete” che il “caldo” e il loro vero limite è la disponibilità idrica del suolo. I fattori climatici influenzano la crescita sia nel breve termine (mensile o stagionale), con effetti
immediati, sia nel lungo termine (pluriennale), attraverso un effetto cumulativo delle condizioni climatiche pregresse, come il susseguirsi di annate siccitose o di eventi piovosi che incidono sulla disponibilità idrica del suolo anche in profondità. In ambiente mediterraneo, questo risultato è emerso anche per altre specie arboree, evidenziando il ruolo significativo delle condizioni climatiche pregresse come fattore limitante la crescita. Al contrario, l’abete bianco nel sito appenninico più fresco e umido risente meno della siccità e degli effetti climatici degli anni passati.

Distinguere l’influenza delle condizioni climatiche correnti da quelle pregresse sull’accrescimento potrebbe aprire nuove prospettive di ricerca sulla memoria ecologica delle piante in risposta alla
variabilità climatica a breve e lungo termine.
I risultati confermano il potenziale di crescita dell’abete bianco in climi caldi consociato con il leccio e altre specie della macchia mediterranea, come già evidenziato dai dati paleoecologici prima dei grandi disboscamenti legati all’ agricoltura preistorica. Tuttavia, questa capacità dipende molto dalle condizioni stazionali locali, in particolare umidità dell’aria e disponibilità idrica. Nel sito alle quote più basse, infatti, gli abeti si concentrano nel fondovalle in condizioni microclimatiche più umide e fresche, mentre la sua presenza lungo i pendii diminuisce sempre di più salendo verso le creste più asciutte.

Questi risultati evidenziando la necessità di strategie di gestione forestale per mantenere questi soprassuoli marginali di bassa quota con una mescolanza irregolare, una struttura disetanea e una copertura forestale più o meno continua per prevenire alti livelli di evapotraspirazione e promuove la rigenerazione naturale locale. Questi abeti, infatti, pur essendo stati piantati in passato, non sono geneticamente diversi dagli altri abeti toscani e si sono adattati alle condizioni calde di bassa quota.




















