Nature Restoration Regulation: la sfida del verde nelle città europee
Terzo episodio della nuova rubrica SISEF “Verde Urbano”, a cura di Sofia Baldessari e Alessandro Paletto (Centro di Ricerca Foreste e Legno, CREA).
Attualmente, oltre il 74% della popolazione europea vive in aree urbane e, secondo le proiezioni dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, questa quota supererà l’83% entro il 2050. Parallelamente, il rapporto Lo stato delle regioni e delle città 2024 stima che, nei prossimi 25 anni, le ondate di calore estremo legate alla crisi climatica potrebbero causare fino a 120.000 decessi annui. Questi dati delineano uno scenario in cui le città europee risultano sempre più esposte a una combinazione di pressioni climatiche quali l’aumento delle temperature (reali e percepite), la scarsità idrica, l’intensificazione delle precipitazioni e degli eventi estremi. Questi fenomeni, oltre a incidere su aree particolarmente vulnerabili per densità edilizia, effetto isola di calore e abbondanza di suoli impermeabili, incidono direttamente sulla salute pubblica e il benessere dei cittadini, sull’economia urbana e sulla capacità delle infrastrutture di garantire servizi essenziali.
In questo contesto, si inserisce la Nature Restoration Regulation (Regolamento UE 2024/1991), approvata nell’estata del 2024, che rappresenta il primo quadro giuridico europeo vincolante per il ripristino attivo degli ecosistemi degradati, sia in ambito rurale che urbano. In questo contributo esploreremo cosa prevede il nuovo Regolamento per le aree urbane, e quali sono le sfide per realizzare i suoi obiettivi.
Perché riportare la natura in città?
Le aree verdi urbane svolgono un ruolo centrale non solo nella tutela della biodiversità, offrendo habitat a flora e fauna e favorendo la connettività ecologica con le aree rurali circostanti, ma anche nel rafforzamento della resilienza climatica delle città. Numerosi studi dimostrano come la vegetazione urbana contribuisca a ridurre le temperature superficiali e dell’aria (mitigando l’effetto isola di calore), a rallentare e filtrare il deflusso delle acque meteoriche, e a migliorare la qualità dell’aria e del suolo attraverso processi di fitodepurazione.
In questo senso, il verde urbano non è un elemento accessorio, ma una vera e propria infrastruttura strategica, capace di fornire servizi ecosistemici essenziali e di integrare in modo complementare le soluzioni tecnologiche tradizionali di adattamento climatico.
La risposta europea: la Nature Restoration Regulation
Il nuovo Regolamento (UE) 2024/1991sul ripristino della natura stabilisce il recupero di almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’UE entro il 2030, con l’obiettivo di intervenire su tutti gli ecosistemi, terrestri, marini e di acqua dolce, che necessitano di ripristino entro il 2050. Tra questi rientrano anche gli ecosistemi urbani — che coprono circa il 22% del territorio dell’Unione Europea (UE) — comprendenti città, sobborghi e aree periurbane.
L’Articolo 8 del Regolamento, dedicato al “Ripristino degli ecosistemi urbani”, introduce obiettivi quantitativi vincolanti per il verde urbano. Entro il 2030, gli Stati membri dovranno garantire l’assenza di perdita netta di spazi verdi urbani e copertura arborea rispetto ai livelli del 2024, salvo nei casi in cui tali livelli siano già considerati elevati. Dal 2031 è previsto un incremento progressivo di entrambe le componenti, anche attraverso l’integrazione del verde in edifici e infrastrutture, fino al raggiungimento di livelli soddisfacenti.
Tra gli interventi proposti dal Regolamento rientrano l’ampliamento e l’istituzione di nuovi spazi verdi urbani – come parchi e giardini, foreste urbane e periurbane, orti, strade alberate, prati, siepi e altre formazioni forestali lineari – privilegiando specie autoctone e resilienti ai cambiamenti climatici. Ciò può tradursi, concretamente, nella rinaturalizzazione di aree industriali dismesse, nella creazione di habitat per impollinatori, nella realizzazione di corridoi ecologici che connettano spazi verdi e nell’adozione di sistemi di drenaggio urbano sostenibile per aumentare l’infiltrazione dell’acqua piovana e ridurre il rischio di alluvioni.
Il concetto di “assenza di perdita” implica la necessità di misurazioni comparabili e standardizzate. La mappatura delle superfici verdi e della copertura arborea dovrà basarsi su dati armonizzati, come immagini satellitari, rilievi LiDAR (Light Detection and Ranging) e dati catastali, integrati con informazioni locali. La responsabilità operativa ricadrà principalmente sugli Stati membri dell’UE, che dovranno coordinare amministrazioni regionali e comunali nell’ambito del Piano nazionale di ripristino, previsti dall’Articolo 14, nei quali saranno definite oltre alla mappatura e la quantificazione delle superfici da rigenerare, le misure da adottare e le modalità di monitoraggio. Il Piano Nazionale di Ripristino, da presentare entro il 1° settembre 2026, dovrà determinare e mappare le zone di ecosistemi urbani per tutte le città, piccole città e sobborghi lasciando la facoltà ai singoli Stati membri di aggregare le zone di ecosistemi urbani di due o più città, o due o più piccole città e sobborghi adiacenti in un’unica zona di ecosistemi urbani.
Il contesto italiano: criticità e opportunità
In Italia, la copertura di verde urbano presenta forti differenze territoriali, riflettendo disuguaglianze nella pianificazione e nella gestione degli spazi pubblici. Dati ISTAT evidenziano che, nel periodo 2011–2021, la superficie media di verde urbano fruibile nei comuni capoluogo di provincia — comprendente parchi, giardini, aree attrezzate, orti urbani e spazi verdi sportivi accessibili al pubblico — non supera i 20 m² per abitante, nonostante un lieve incremento nel decennio considerato. A fronte di città del Nord come Gorizia e Pordenone, che superano i 100 m² per abitante, in diverse città del Mezzogiorno, tra cui Barletta e Crotone, la disponibilità scende sotto i 5 m² per abitante.
Considerando il verde urbano complessivo (pubblico e privato) i capoluoghi italiani presentano una copertura pari a circa il 19,6% della superficie comunale, con una media di oltre 32 m² per abitante. In questo contesto, la pianificazione del verde attraverso strumenti come i Piani del Verde sta emergendo come leva strategica per migliorare non solo la quantità, ma anche la qualità e la funzionalità ecologica del verde urbano. La Commissione Europea ha invitato le città con almeno 20.000 abitanti a elaborare Piani del Verde, sostenendole con linee guida tecniche, strumenti di finanziamento e la piattaforma European Urban Platform. Urban Greening. In Italia le città dotate di piano del verde sono inferiori al 15%, ma un numero crescente di capoluoghi di provincia (tra cui Torino, Padova, Parma, Bologna, Livorno, Avellino, Rovigo) ha avviato o adottato tali strumenti, integrandoli con politiche di riduzione del consumo di suolo, adattamento climatico e partecipazione pubblica.
A Milano, il Piano del Verde, attualmente in fase di redazione, e il programma ForestaMi hanno definito obiettivi quantitativi di incremento della copertura arborea basati su analisi spaziali e climatiche, orientando la messa a dimora di alberi e arbusti verso aree con maggiore esposizione alle isole di calore, mentre Torino ha integrato il verde nei processi di rigenerazione di aree industriali dismesse e ha abbinato l’analisi delle nuove aree da destinare a verde a una mappatura delle isole di calore e della popolazione ad esse più vulnerabile.
Nell’ambito della strategia Impronta Verde e del programma Bologna Verde, il Comune di Bologna ha avviato un progetto di rigenerazione e rinverdimento delle aree esterne al centro storico; l’intervento nasce per contrastare gli effetti del cambiamento climatico in contesti caratterizzati da elevata cementificazione, vulnerabilità alle ondate di calore e criticità nel drenaggio delle acque meteoriche prevedendo azioni di deimpermeabilizzazione del suolo (rimozione di asfalto e cemento), aumento delle superfici permeabili, messa a dimora di nuovi alberi e arbusti, rigenerazione di tappeti erbosi e inserimento di sistemi naturali di gestione delle acque piovane.
Nonostante questi esempi virtuosi, le sfide restano rilevanti: le persistenti differenze regionali e la necessità di integrare la pianificazione del verde nei principali strumenti urbanistici richiedono un impegno coordinato e continuativo. In questo senso, le nuove responsabilità introdotte dalla Nature Restoration Regulation rappresentano un’opportunità per rafforzare il ruolo del verde urbano come infrastruttura strategica per la resilienza delle città italiane.
Il caso spagnolo
Alcune città europee hanno già avviato politiche strutturate di integrazione della natura nel tessuto urbano. A Barcellona, l’introduzione dei superblocchi (Superilles, Figura 1) rappresenta un esempio emblematico di riprogettazione dello spazio pubblico: la riduzione del traffico veicolare, l’aumento delle superfici permeabili e delle alberature e la creazione di spazi verdi multifunzionali hanno determinato una diminuzione della temperatura media di 1–2 °C nelle ore più calde rispetto a quartieri con caratteristiche edilizie simili ma privi di interventi di rinverdimento.

Questa strategia è stata rafforzata dal Plan del Verde y de la Biodiversidad, che integra assi verdi (ejes verdes) e strade pacificate (calles pacificadas), configurando una rete continua di infrastrutture verdi adattabile ai diversi contesti urbani.Un approccio analogo è stato adottato a Donostia–San Sebastián (Figura 2), nei Paesi Baschi spagnoli, dove il progetto NBS URBAN Map ha utilizzato analisi spaziali e telerilevamento per individuare le aree prioritarie di intervento. I risultati del progetto mostrano come le zone della città caratterizzate da una maggiore copertura vegetale registrano temperature superficiali fino a 3°C inferiori rispetto alle aree densamente edificate, confermando il potenziale delle soluzioni basate sulla natura nel mitigare gli effetti del riscaldamento urbano.





















