Gestire gli incendi dove città e foreste si incontrano

Per la rubrica SISEF “Pillole di Scienze Forestali” pubblichiamo il contributo di Mario Elia, Onofrio Cappelluti e Giovanni Sanesi, che approfondisce il rischio di incendio nelle aree di interfaccia urbano-foresta attraverso una lettura socio-ecologica, evidenziando il ruolo congiunto di fattori ecologici, condizioni socioeconomiche e qualità della governance nelle dinamiche degli incendi.

Gli incendi nelle aree di interfaccia urbano foresta (WUI) non sono più un fenomeno marginale o episodico: rappresentano uno dei nodi più critici nella gestione del territorio, soprattutto nei contesti mediterranei ad elevata fruizione turistica. In queste zone, dove strutture e infrastrutture urbane si mescolano a boschi, macchia mediterranea e aree agricole, il rischio di incendio non dipende soltanto dalla quantità di vegetazione potenzialmente infiammabile o dalle condizioni climatiche estreme.

Occorre integrare tre dimensioni – ecologica, socioeconomica e di governance – in un unico quadro analitico. Il risultato principale appare chiaro: la qualità della governance incide in modo differente ma determinante sulle dinamiche degli incendi, e applicare modelli sviluppati negli Stati Uniti ad altri contesti, come il bacino Mediterraneo, può portare a interpretazioni fuorvianti.

La qualità della governance incide in modo determinante sulle dinamiche degli incendi, ma lo fa in maniera diversa a seconda del contesto istituzionale e territoriale. Applicare modelli sviluppati negli Stati Uniti ad altri contesti, come il bacino Mediterraneo, può quindi portare a interpretazioni fuorvianti.

Per arrivare a queste conclusioni, uno studio recente pubblicato su Nature Communications (https://www.nature.com/articles/s41467-025-66452-x) ha sviluppato un nuovo strumento di analisi: le Pyro-Socio-Ecological Zones (PSEZ). In termini semplici, si tratta di un modo per classificare i territori mettendo insieme tre fattori chiave: ambiente, condizioni socioeconomiche e qualità delle istituzioni. L’idea è che il comportamento degli incendi non dipenda da una sola variabile, ma dall’interazione tra queste tre dimensioni. Per questo, ciascun territorio viene valutato attraverso tre indici – ecologico, socioeconomico e di governance – ognuno suddiviso in tre livelli (basso, medio, alto). Dalla loro combinazione emergono 27 possibili tipologie territoriali, ciascuna con caratteristiche e criticità specifiche.

L’indice ecologico considera l’uso del suolo e la biomassa vegetale. Foreste, aree agricole, superfici urbanizzate e altre aree naturali vengono pesate in base al loro valore ecologico e alla loro rilevanza nella dinamica del fuoco. Le foreste ricevono un peso maggiore, perché combinano un elevato potenziale di combustibile con un ruolo fondamentale nella fornitura di servizi ecosistemici, come il sequestro di carbonio e la conservazione della biodiversità.

La dimensione socioeconomica si fonda sull’Human Development Index (HDI), applicato a scala locale. L’indice integra salute, istruzione e reddito, riconoscendo che la capacità di prevenire e gestire gli incendi dipende anche dal livello di sviluppo umano. Comunità con maggiori risorse economiche e capitale umano tendono ad avere strumenti più efficaci per organizzare la prevenzione e la risposta alle emergenze.

La terza componente riguarda la governance. Qui non si misura solo l’efficienza amministrativa, ma la qualità complessiva delle istituzioni: trasparenza, partecipazione, legalità, equità, sicurezza e qualità della regolazione ambientale. Una governance solida implica capacità di pianificazione, coordinamento tra attori e applicazione coerente delle norme nel tempo.

L’approccio, applicato a due contesti mediterranei, tanto simili dal punto di vista ecologico quanto diversi su quello istituzionale, evidenzia differenze significative. In California meridionale le PSEZ risultano meno frammentate, riflettendo una maggiore uniformità nelle politiche di prevenzione e intervento. In Italia meridionale la distribuzione è più eterogenea, coerente con una governance più decentralizzata e con differenze regionali nelle capacità amministrative.

Tra il 2007 e il 2022, in Italia le aree con alto valore ecologico registrano più incendi e superfici bruciate più ampie, segnalando il peso della componente biofisica. Tuttavia, incrociando i dati con la governance emerge che nelle zone con governance elevata gli incendi tendono a essere più numerosi ma meno estesi, suggerendo maggiore capacità di contenimento. Nelle aree con governance bassa sono meno frequenti ma potenzialmente più ampi.

In California la relazione appare più diretta: le PSEZ con governance alta presentano meno incendi rispetto a quelle con governance bassa. Inoltre, le aree con governance medio-bassa e condizioni socioeconomiche più fragili mostrano maggiore occorrenza e superficie bruciata. In un sistema più coordinato, la qualità istituzionale incide più chiaramente sulla frequenza degli eventi.

Il messaggio è chiaro: il rischio di incendio nelle aree di interfaccia non può essere interpretato come un semplice problema di combustibile o di densità edilizia. Il fuoco è l’esito di un sistema complesso in cui fattori ecologici, condizioni socioeconomiche e qualità delle istituzioni interagiscono in modo dinamico.

Le PSEZ offrono una chiave di lettura capace di integrare queste dimensioni e di orientare la pianificazione forestale e territoriale in modo più mirato. Non si tratta solo di individuare dove si accumula biomassa, ma anche dove le istituzioni sono meno attrezzate a prevenire, coordinare e contenere gli eventi. In questa prospettiva, la resilienza dei territori di interfaccia dipende tanto dalla gestione del combustibile quanto dalla solidità della governance e dalla capacità di pianificazione integrata. Ignorare una di queste componenti significa sottovalutare la natura profondamente socio-ecologica del rischio incendio.

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